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L’invito a proporre un progetto fotografico al MuVi
mi ha diretto alla visita al Museo Civico Parazzi con l’idea, da subito,
di “trasportare il museo stesso al di fuori, in uno spazio nuovo, concettuale”.
Proporre la fruizione dei reperti attraverso media diversi dalle teche in vetro:
un potenziale “invito al Museo”.
L’esposizione multipla in ripresa digitale è processo adattativo di un mio lavoro
per una mostra personale a Roma del 2010, in quell’occasione realizzato
con sandwich di pellicole 6x6 cm. Corpo e architettura erano i soggetti.
Mi ha sempre affascinato il processo di scomporre e ricomporre
all’interno di una stessa immagine per creare movimento e pensiero.
Scoprire nuove visioni, in questo caso “riportare alla luce”,
entrare in contatto, per un momento, con la storia di questi reperti,
di chi li ha utilizzati, di chi li ha scoperti.
Processi non convenzionali, rigore informale nella totale libertà di azione,
ma con bene in vista lo scopo, il perché, la storia.
Aggiungere frame in diretta, senza il comodo ausilio di software.
Diversamente si è “funzionari” di apparecchi tecnici, obbligati a compiere azioni prescritte.
La scelta precisa dello sfocato, della proporzione, della composizione, della luce
in quei pochi attimi di costruzione: unicità nel risultato.
D’altra parte il lavoro fotografico, prima dell’avvento del digitale era questo:
contava solo il momento dello scatto, magari dopo ore o giorni di preparazione.
Poi tutto immobile, negata ogni possibilità ulteriore, attesa dello sviluppo,
consegna dello scatto finale.
Di certo i rayogrammi di Man Ray, ormai mia memoria inconscia, emergono prepotenti.
Sagome, contorni, neri e negativi. Stampe su lastre di ultrabianco 30x30 cm.
Scansioni ispettive di eventuali ruberie, per amore dell’archeologia
o per portare nella propria memoria una nuova scoperta.
Le immagini bianche di grande formato 150x150 cm esposte in questa mostra e stampate
su telo PVC, esaltano la materia dei reperti e la materialità tattile di un approccio non solo tecnico, oltre ad avere funzione di catalizzatore emotivo dell’alto valore storico-archeologico
dei contenuti del Museo. Mito svelato.
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